Abiura (o del fallimento delle politiche economiche del Pd)

Abiura è un termine che ho sempre apprezzato.

Descrive sinteticamente la mia concezione etica e pura della politica.

Chi sbaglia non solo deve fare autocritica ma deve abbandonare, con dichiarazioni pubbliche, la strada sino ad allora percorsa.

L’abiura è un gesto che viene normalmente preteso dai vincitori nei confronti dei perdenti.

Mi lascia pertanto stranito la richiesta proveniente da numerosi parlamentari pd ed indirizzata ai cinquestelle di abiurare tutti i punti del loro programma.

Secondo i geni incompresi del Partito Democratico una possibile alleanza sarebbe possibile solo se il Movimento rinunciasse ad abolire la Fornero, il Jobs act, gli ottanta euro, al reddito di cittadinanza.

Poi ovviamente (scusate la volgarità) i pentastellati dovrebbero anche dare via il c…..

Per fortuna però c’è il Def.

Vi ho già chiarito in altra sede la sua importanza (Def: spunti interessanti).

L’altro giorno il Governo Gentiloni ha approvato il Def a politiche invariate.

Cosa significa politiche invariate? Significa che il Governo ipotizza lo scenario che si verificherebbe qualora non fosse adottata alcuna modifica alla legislazione vigente.

Come, per ipotesi, se non fossero disattivate le clausole di salvaguardia.

Ecco, direi che potremmo proprio partire dalle clausole di salvaguardia per comprendere la seconda parte del titolo dell’articolo: il fallimento delle politiche economiche democratiche.

Le c.d. “clausole di salvaguardia” sono un piacevole lascito del Governo Monti e sono state riproposte pari pari dagli esecutivi Letta e Renzi.

In sostanza, esse prevedono alcuni aumenti automatici di imposte qualora il Governo non riesca a trovare le coperture per determinate spese.

Negli anni dal 2014 ad oggi, nessun esecutivo si è posto il problema della disattivazione definitiva delle suddette clausole preferendo sempre contrattare con l’Unione Europea la possibilità di operare in deficit.

Certo rimandare è sempre più facile che affrontare i problemi.

Soprattutto se i problemi confliggono con la narrazione antigufi prospettata dal gerarca fiorentino.

Ad ogni buon conto, se entrassero in vigore queste clausole di salvaguardia, il Pil italiano – nel 2019 e nel 2020 – aumenterebbe rispettivamente dell’1,4% e dell’1,3% (Def 2018).

Si tratta di una contrazione percentuale pari allo 0,1% rispetto alle previsioni contenute nella nota di aggiornamento del 2017 (Nota di aggiornamento def 2017).

Quello che tuttavia colpisce è un altro dato: ossia la circostanza che, in entrambi i documenti programmatici (Def 2018 e nota di aggiornamento 2017) il Pil del 2020 sia previsto in contrazione.

Ma come diranno alcuni.

Renzi e Padoan non ci avevano assicurato che le loro cosmiche riforme avrebbero segnato un nuovo inizio di prosperità, felicità e successo per la nostra Italia?

Beh non è così!

Le regalie elargite dai nostri amici non servono proprio ad un bel niente.

E sapete perchè lo dico?

Perchè tali previsioni non tengono conto del Fiscal compact ossia dell’obbligo per ciascun Paese dell’Unione Europea di ridurre di una percentuale pari al 3% annuo il rapporto debito/pil.

Ora è verissimo che tale rapporto è basato sul Pil nominale (semplificando PIl reale + inflazione) ma le stime contenute nel Def 2018 sono completamente fuori target.

In tale documento, infatti, viene ipotizzato un deflattore del PIl (ossia un tasso di inflazione) pari all’1,3% nel 2018.

Peccato che l’Istat certifichi che, anno su anno, a marzo 2018 la crescita dell’inflazione è stata solo dello 0,8%.

La stima acquisita per il 2018 è dello 0,7%.

Siamo a meno della metà di quella prevista dal Def.

Se questo dato rimarrà invariato, il Pil nominale – a fine anno – aumenterà del 2,14%.

Quasi un punto sotto la soglia prevista dal Fiscal Compact.

Il che implicherà la necessità di trovare ben 16 miliardi di risorse aggiuntive per coprire il buco.

Si dirà: ok ma Renzi mica controllava la dinamica dei prezzi? O la crescita del Pil?

La risposta è: col piffero che non la controlla.

Il senso delle politiche economiche di un Governo è proprio quello di orientare la crescita del Pil e, nel contesto dato, di favorire l’aumento dei prezzi.

Al contrario, le mancette tipo gli ottanta euro, la precarizzazione del lavoro dipendente, le scelte errate in materia di politica industriale (Lucchini, Ilva, Alitalia) e bancaria (salvataggi delle banche) hanno prodotto una situazione di totale “stallo”.

Stallo, a mio avviso destinato ad aggravarsi nei prossimi mesi.

Non dimentichiamo infatti che è in corso all’ILVA una durissima trattativa in merito al mantenimento della forza lavoro da parte di Arcelor Mittal.

Se come ipotizza l’azienda venissero licenziati o comunque messi in cassa integrazione ben cinquemila dipendenti (ossia quasi il 40% dei dipendenti), vi renderete ben conto anche voi che gli effetti sul bilancio dello stato e sui consumi non potrebbero essere certo positivi.

Concludendo questo articolo (che ovviamente non è esaustivo), chiederei ai dirigenti del Pd un pò più di umiltèè come diceva Crozza-Sacchi.

E meno richieste di abiura.

Massimiliano